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Fiat: Piano industriale, nell’attesa le polemiche


27/03/2010

di Giovanni Iozzia

Le indiscrezioni infiammano il dibattito ma i programmi si conosceranno ufficialmente solo il 21 aprile


Fiat: Piano industriale, nell’attesa le polemiche E’ innegabile che in tutti questi anni la Fiat abbia sempre avuto un buon rapporto con gli italiani. In un certo senso, la casa automobilistica di Torino ha sempre fatto parte del quadro quotidiano delle famiglie italiane completandolo di volta in volta con le proprie automobili e, in particolare, con le sue utilitarie: la Topolino, la 600, le 500, la 850, la Panda, la Uno e via dicendo. Da quando alla sua guida, però, è giunto Sergio Marchionne questo rapporto sembra essersi incrinato. Eppure ci troviamo di fronte ad un manager di altissimo livello e di grandissime capacità. E’ vero ma è anche vero che il suo modo di fare, perfino il suo modo di vestire, è lontanissimo dallo stile di Gianni Agnelli che per molti anni ha incarnato la Fiat nell’immaginario collettivo nazionale e internazionale. Agnelli che, pure era il capitalista per eccellenza tra i capitalisti, era perfino simpatico al popolo che, anche per questo, tifava Juventus la squadra di calcio di famiglia e la più amata dagli italiani.

E’ comprensibile che chi, come appunto Marchionne, deve fare quadrare i conti di una grande azienda e rilanciarla possa essere non molto simpatico ai più ma è anche vero che nei giorni scorsi c’è stato un vero e proprio fuoco di sbarramento da parte della stampa e di diversi esponenti della politica e del mono sindacale. Le polemiche sono scaturite dalla pubblicazione da parte del quotidiano La Repubblica di alcune anticipazioni del piano di sviluppo della Fiat che prevederebbe un graduale spostamento della produzione dall’Italia verso l’estero. Un piano che Marchionne presenterà ufficialmente il prossimo 21 aprile.
Secondo “La Repubblica”, la Fiat punterebbe a fabbriche più piccole, con meno operai ma con maggiore produzione compreso l’aumento del numero dei modelli. Una riorganizzazione degli stabilimenti italiani che confermerebbe che lo smantellamento di Termini Imerese sia solo il primo passo verso un più ampio disimpegno in ambito nazionale. Ma, oltre a questo, le indiscrezioni fanno intendere che l’intera asse portante della Fiat, cioè la produzione delle auto, potrebbe essere scorporata, che poggerebbe il baricentro negli Stati Uniti, portando l’azienda torinese verso una dimensione più finanziaria che industriale. Ma l’ipotesi più preoccupante di questa anticipazione è il presunto taglio di 5.000 posti di lavoro.

La Fiat si è subito premurata a smentire tutto. Ma le reazioni non si sono fatte attendere lo stesso. I sindacati sono stati i primi, attraverso la voce di Giorgio Airaudo, segretario della Fiom del Piemonte, a sottolineare il disappunto precisando che il loro auspicio sarebbe che “ci fosse veramente un piano, non quello anticipato da Repubblica, anche perché un piano lo aspettiamo ormai da 24 mesi».
Anche i politici sono subito intervenuti. Il primo è stato il capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto che ha parlato di «un inevitabile fortissimo allarme sociale e politico» ma anche della necessità di approfondire la questione nelle sedi istituzionali e conclude: «Ci auguriamo sinceramente e non polemicamente che la linea della Fiat non sia quella di una marcata delocalizzazione».
Ma se i toni usati da Cicchitto, come del resto quelle del ministro al Welfare Maurizio Sacconi, sono stati abbastanza morbidi, non altrettanto hanno fatto altri. La polemica è subito divampata furiosamente, fino alla smentita totale della Fiat circa le anticipazioni del presunto piano.

E Marchione va al contrattacco nel corso dell’assemblea generale degli azionisti. «Fiat non è andata all’estero per capriccio – dice - e dimenticando l’Italia, ma l’ha fatto per crescere, senza spostare il nostro baricentro che rimane italiano, abbiamo solo allargato la base operativa».
Marchionne, poi, parla di «gioco pericoloso… non solo a quello che scrivono i giornali, che nella maggior parte dei casi fanno il loro lavoro e riportano dichiarazioni, penso piuttosto alle dichiarazioni di alcuni esponenti del mondo politico, sindacale e a volte imprenditoriale. La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti, ci piacerebbe vedere un po' di equilibrio».
Parole che taciteranno tutte le polemiche? Probabilmente no. Le parole del laeader della Uil, Luigi Angeletti sono in questo senso significative. «Voglio stare alle dichiarazioni che ha fatto l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il quale ha detto di non conoscere questo piano. Ma resta il fatto che l’azienda dovrà dare risposte concrete che ci consentano di capire se vorrà continuare ad essere, come dice, la principale azienda italiana o se intende separare i destini di Fiat da quelli dell’Italia. E questo sarà possibile farlo solo quando conteremo i miliardi che intenderà investire nel Paese». E ancora più duro è Guglielmo Epifani che dice: «L'unico tiro al bersaglio che vedo è quello sui lavoratori e loro certo non possono essere oggetto di un tiro al bersaglio». Il prossimo 21 aprile avremo tutti una risposta.

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