|
Notizie
Marchionne espone il nuovo piano industriale della Fiat
22/12/2009
di Giovanni Iozzia
Investimenti di 8 miliardi per due anni, 11 nuovi modelli ma Termini Imerese sarà riconvertita. Operai, sindacati e politici pronti alla mobilitazione generale
|
Questa pomeriggio l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha illustrato le strategie dell'azienda automobilistica al Governo nazionale, rappresentato dal sottosegretario alla presidenza, Gianni Letta, e dai ministri Claudio Scajola, Maurizio Sacconi e Stefania Prestigiacomo, ai leader di tutti sindacati e ai rappresentanti istituzionali delle regioni coinvolte. In piazza, davanti a Palazzo Chigi a Roma, c’erano i lavoratori degli stabilimenti a rischio di chiusura o rimodulazione, in particolare quelli della Fiat Auto di Termini Imerese, di Pomigliano d'Arco, di Arese e della Fma di Pratola Serra.
Ed è proprio il complesso industriale di Termini che rappresenta il nodo più importante dell’incontro, al punto che a Roma è volato perfino il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo che, abbandonando le beghe politiche locali, ha voluto sostenere personalmente i lavoratori siciliani. Erano, infatti, ben 420 gli operai dello stabilimento di Termini giunti a Roma con un treno speciale e che dalle primissime ore del pomeriggio e che si sono collocati di fronte a Palazzo Chigi insieme ai colleghi delle altre aziende del gruppo Fiat (Fiat Auto, Iveco, Cnh, Sevel). E poco distante, in piazza Montecitorio, si era stabilito un presidio voluto da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Fismic. A questi lavoratori, si era unito l’appello del cardinale di Torino, Severino Poletto, dicendo alla Fiat: «Mi raccomando, non licenziate». «Non conosco i progetti Fiat – aveva aggiunto il presule – e capisco che non si possono produrre auto che nessuno compra ma l'azienda deve fare il possibile per non licenziare. Mi auguro che si faccia il possibile perché anche a Termini si continui a lavorare».
La riunione, coordinata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, è cominciata un tantino in ritardo rispetto all’orario previsto ma in un clima apparentemente disteso. Dopo i saluti di rito, Letta ha subito dato la parola a Marchionne affinché illustrasse il piano industriale della Fiat. La Fiat, secondo quando ha detto Marchionne, investirà in Italia nei prossimi due anni, 8 miliardi di euro. Il calcolo fatto dalla cassa torinese non si baserà solo sull’aspetto economico ma anche su quello sociale, altrimenti ci sarebbero conseguenze estremamente dolorose sul fronte dell’occupazione. Quindi la Fiat produrrà 11 nuovi modelli di auto tra le quali il nuovo Fiat Doblò, l'Alfa Romeo Giulietta, la nuova Fiat Panda e la nuova Lancia Ypsilon. Per quanto riguarda gli impianti italiani a Mirafiori saranno confermate le attuali linee di produzione, lo stesso accadrà a Menfi, mentre a Cassino dovrebbe essere aggiunta la realizzazione della Giulietta. Quello di Pomigliano si trova più in difficoltà, perché penalizzato dall’assenza di qualsiasi incentivo e, quindi, è necessario programmare «una nuova piattaforma» e una ipotesi di lavoro potrebbe essere la produzione della nuova Panda.
Su Termini Imerese Marchionne ha riconfermato la volontà della Fiat di mantenere lo stabili mito e di essere «disposti a discutere proposte di riconversione con la Regione siciliana e con gruppi privati» anche al di fuori della produzione di automobili. «Il punto critico dell’intera vicenda è Termini Imerese – ha commentato Scajola – e poiché Marchionne ha indicato la disponibilità a collaborare, non possiamo perdere quel polo. Abbiamo il tempo di mettere insieme le risorse: quelle dichiarate dalla regione Sicilia, quelle che il governo può dare per individuare un diverso sviluppo». Il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, dice nettamente “no” e lancia un appello affinché si crei «un fronte unico per rivedere questo piano. La Regione mette a disposizione i fondi Fas per la ristrutturazione del porto, un Fondo Sociale Europeo per la formazione dei lavoratori e, infine, si potrà puntare sul credito d’imposta per rendere più vantaggiose le condizioni economiche generali». Anche per i segretari dei sindacati, Guglielmo Epifani della Cgil, e Raffaele Bonanni della Cisl «Il cuore del problema è proprio Termini e bisogna agire subito per salvarlo, specialmente nel Sud non possiamo permetterci di perdere un polo produttivo».
Ma la Sicilia non ci sta. Davanti a Palazzo Chigi, è subito scattata la protesta degli operai. Il sindaco di Termini Imerese, Salvatore Burrafato, e il presidente del Consiglio comunale, Stefano Vitale, hanno annunciato la mobilitazione di tutte le forze politiche, sociali e dell’intera popolazione in difesa della produttività dell’insediamento industriale. «Siamo pronti a una nuova grande stagione di mobilitazione - ha detto il segretario della Fiom di Termini Roberto Mastrosimone - e, a questo punto, restituiscano la fabbrica a chi appartiene veramente, ai lavoratori e ai contribuenti, e diamola a una casa automobilistica che crede in questo territorio e nelle sue competenze». «Per Marchionne – ha aggiunto il leader sindacale - Termini è un peso, qualcosa che si può sacrificare, chiudendo brutalmente una storia. Parole inaccettabili che non rispecchiano la realtà dei fatti e no rispettano i lavoratori che hanno dato il loro contributo per risanare l'azienda. Ora scatteranno le nostre iniziative; ma, considerato che la fabbrica è stata regalata dalla Regione alla Fiat, che peraltro ha goduto di fondi a pioggia, è ora che sia restituita ai veri proprietari, gli operai e i contribuenti, e sia avviato un confronto con quelle case automobilistiche che credono in Termini». Il presidente Raffaele Lombardo era già stato durissimo alla vigilia dell’incontro. «Se la Fiat aspira ad avere contributi dal nostro governo, garantisca il lavoro e la produzione anche in Sicilia». «Il governo – ha concluso Lombardo – sostenga un pezzo di territorio e di economia che, fino a prova contraria, fa parte dell’Italia. In caso contrario, faccia sì che, per garantire il lavoro e lo sviluppo, se aziende cinesi o indiane volessero venire in Sicilia per svilupparsi nel mezzogiorno, non lo si impedisca. Noi non siamo innamorati di questa o quell’altra azienda, ma vogliamo lavoro, produzione e benessere».
|
|
| |
|
|